AREA PRIVATA


Rifiuta ogni istinto naturale e cerca di fare l'opposto di quello che ti viene naturale, probabilmente andrai molto vicino ad avere uno swing perfetto.

Ben Hogan (9 time major winner)
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LA TECNICA

  1. CONCETTI FONDAMENTALI
  2. COLPI PRATICOLARI
  3. GIOCO CORTO
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CONCETTI FONDAMENTALI

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GIOCO CORTO

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TECNICA PER ESPERTI

  1. PIANO DELLO SWING
  2. PIANO DELLO SHAFT
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RACCONTI COMICI SUL GOLF ITALIANO

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IL CADDIE DEL BARDAROLO R&A GOLF CLUB

Un'idea un po' vivace passa per volgarità,
tanta è l' abitudine alle parole comuni.
Guai a chi, parlando, inventa qualcosa!
Jean-Baptiste Louvet de Couvray


Nessuno ci faceva caso tanto sembrava naturale che stesse lì ad aspettare, nessuno dava mai confidenza a Giacomino, ma lui stava sempre davanti al deposito sacche ad attendere che qualcuno lo chiamasse, guardando in basso e a volte in alto, non salutava per paura di dare fastidio, i suoi genitori non erano come i soci del club.... e forse per lui meglio così! Giacomino aveva appena dieci anni ma era costretto a lavorare per portare a casa qualche soldo, la vicinanza di casa con Franco il caddie master del Bardarolo Royal & Ancient gli aveva consentito di entrare in un circolo di Golf, ma lui ci entrava sempre con delicatezza per paura di disturbare. Giacomino non si sentiva adatto al circolo ma si sentiva adattissimo a giocare a Golf, giocava di nascosto la sera tardi o la mattina presto, passava con grande delicatezza da un buco nella rete di recinzione a sinistra della buca tre, da lì cominciava a giocare stando quasi sempre nel rough per paura che lo vedessero. Ho passato tanto tempo con Giacomino, mi faceva ridere quando mi raccontava le cose che gli succedevano mentre faceva da caddie ai vari soci del club, spero che facciano ridere anche voi.


Il caddie nella nebbia

Quando Giacomino cominciò a lavorare al Bardarolo Royal & Ancient Golf Club aveva solo nove anni ma presto ne avrebbe fatti dieci e lui come tutti i bambini della sua età tendeva ad arrotondare per eccesso. Franco che era il caddie master si prese la responsabilità di insegnargli tutto quello che doveva sapere, fortunatamente per i soci Giacomino era un bambino sveglio e capì prima di vedere e imparò prima di toccare, quando non faceva il caddie stava sempre davanti al deposito sacche, immaginando e pensando a colpi fantastici. Quando aveva finito di fare quello che avrebbe dovuto fare Franco sfogliava le riviste imparando dai consigli dei grandi campioni, e ogni giorno imparava qualcosa di più, soprattutto imparava quanto erano lontani i due Golf che vedeva, uno sfogliando le riviste e l'altro camminando facendo da caddie. Uno dei primi a fare utilizzo di Giacomino come caddie fu il socio più fissato con le regole, Stefano Forteguerri. Forteguerri giocava poche gare, bramava così tanto dare penalità che preferiva fare il giudice arbitro, anche lo starter era un ruolo che non gli piaceva perché lo riteneva un ruolo da attività preventiva mentre lui voleva solo punire severamente con molteplici colpi di penalità. Giacomino, che imparava prima di toccare e capiva prima di vedere sapeva benissimo che in quanto caddie quello che combinava lui poteva portare penalità al giocatore e quindi per dare soddisfazione a Forteguerri ogni tanto appoggiava l'asta sulla linea del putt per dare la direzione, atto che essendo vietato dalle regole autorizzava Forteguerri a una filippica sulla storia del Royal & Ancient Golf Club di St. Andrews, continuando a spiegare il perché dei due colpi di penalità e molto altro che spesso non ci incastrava proprio niente ma che serviva a farlo sentire l'uomo più potente del circolo dotato di un sapere che lo elevava a demiurgo di John Paramor, lo storico arbitro dell'European Tour. Forteguerri era convinto di aver cancellato per sbaglio il numero di telefono di John Paramor ma mai nessuno gli avrebbe fatto presente che lui John Paramor non l'aveva mai conosciuto, in fondo Forteguerri era una pietra miliare del Bardarolo Royal & Ancient Golf Club. Giacomino, che un po' ci si divertiva, ascoltava sperando che in quelle estenuanti spiegazioni qualcosa di giusto ci fosse, comunque il tutto era sufficiente a soddisfare l'ego di Forteguerri e utile a togliergli buone mance. Come quando il circo arriva in città all' arrivo di Giacomino cominciarono a succedere cose stranissime e di Forteguerri vi racconterò quella dell' hole in one nella nebbia. Ero certo che Forteguerri non avrebbe mai fatto hole in one alla sette, un lungo par tre di duecento metri, per questo quando tornò in club house urlante, umido, sudato e emozionato a gridare che aveva fatto hole in one alla buca sette e che avrebbe pagato da bere a tutti i presenti, guardai Giacomino che era rimasto fuori dalla Club House di fronte alla vetrata, aveva appena finito di pulire i bastoni di Forteguerri e senza dare troppo nell'occhio mi salutò e andò via di furia. Ovviamente Forteguerri quel giorno consumò il tempo degli altri soci imponendoli di ascoltare le sensazioni e i pensieri che aveva provato durante tutto lo swing. Il fatto che quel giorno ci fosse stata una nebbia così fitta da non veder nemmeno atterrare la palla aggiungeva mistero a quella storia già troppo ricca di leggenda. I soci furono tutti molto dubbiosi, Germano era l' unico che ascoltava con ammirazione e stava attento a ogni dettaglio, ma alla fine i commenti più delicati furono: "ma dai che non ci crede nessuno".."la smetti bischero non ci arrivi nemmeno con tre colpi"..."l'ultima volta che ti marcavo ci hai fatto messo cinque colpi solo per arrivare in green ". Forteguerri quindi pelò la carta del caddie marcatore!! "Chiedete a Giacomino che per quel giro era il mio caddie marcatore, un Drive col draw come quello non l'avete mai visto, nemmeno dal maestro!" Germano tempestivo quanto ingenuo annotò l'ovvio: "Ma se c'era così tanta nebbia non l hai visto nemmeno te!" La frase fece inalberare Forteguerri che se ne andò sbattendo la porta, ma un attimo prima di uscire dalla stanza si girò verso tutti i presenti e disse: "Da domani i sassi nei bunker non sono più ostruzioni movibili, così imparate!!" Forteguerri aveva un carattere spigoloso, la simpatia nei suoi confronti scarseggiava e si diceva che potesse essere ucciso solo se trafitto al cuore da un paletto bianco del fuori limite, questo non perché il paletto forasse il cuore ma perché il-paletto-bianco-non-può-mai-essere-spostato. Giorni dopo incontrai Giacomino davanti al caddie master, stava pulendo delle scarpe da Golf e gli chiesi come era andata veramente perché sapevo benissimo che Forteguerri anche giocando il Driver non sarebbe mai potuto arrivare in avant Green, figuriamoci fare buca in uno. Giacomino era un bambino molto sveglio, si guardò intorno e vedendo che non c'era nessuno e nemmeno Franco, smise di pulire le scarpe dei soci e cominciò a raccontare... "Il signor Forteguerri mi ha mandato avanti a guardare la palla, ma c'era una nebbia che sembrava latte, mi ero fermato a metà buca ma non riuscivo nemmeno a vedere il tee delle donne e il green figuriamoci se riuscivo a vedere lui che tirava e dove atterrava la palla. In mezzo a quel silenzio ho sentito quel rumoraccio -SDENG- della palla presa sul tacco, sicuramente era persa. Cosi ho preso dalla sacca una palla uguale a quella che stava giocando e l' ho lanciata con la mano verso il Green, non so come sia successo ma è andata in buca!! Ovviamente per lui quello SDENG era un colpo preso bene quindi non è stato difficile fargli credere che avesse fatto buca in uno. Quando ci siamo incontrati a metà fairway gli ho pure detto; che bel colpo dottore ho sentito un rumore pieno e potente, nemmeno il maestro la colpisce così. E' finita bene, mi ha dato 10.000 lire di mancia e mi ha fatto promettere di raccontarlo a tutti." Giacomino era uno sballo, per lui la nebbia era un' opportunità di trasformare un colpaccio sul tacco in una hole in one, d'altronde il Golf si gioca più con la testa che col corpo, si muove e muta con l'animo di ogni persona, quindi può anche succedere che se prendi un pessimo giocatore e lo metti nella nebbia lui sia convinto di aver fatto buca in uno! Ancora oggi Forteguerri tenta di ripetere quel colpo che non ha mai fatto, all'arrivo di ogni nuovo socio la leggenda viene arricchita di particolari, nelle ultime versioni che ho sentito stava disputando addirittura il campionato nazionale medal e il pubblico intorno alla buca si alzò in piedi per applaudirlo. La nebbia ha fatto il suo gioco e Giacomino pure.

IL LENTO, IL MARSHALL E IL CATTIVO
(la vera nascita delle regole 2019 e l'unica soluzione al gioco lento)


Al Bardarolo R&A Golf Club non poteva mancare il giocatore più cattivo del mondo, era un vero teppista e viveva di prepotenza, era arrogante e pieno di sé, ma soprattutto era cattivissimo! Si chiamava Filiberto Cozzi e durante gli anni aveva minacciato tutti i soci vibrando il bastone in aria, il suo carrello elettrico aveva le ruote borchiate con punte di ferro e lame rotanti, quando andava al caddie master per farsi pulire i bastoni manifestava sempre una certa furia e si divertiva a scaldare la testa dei bastoni con l' accendino cosicché Franco, andandoli a prendere con la mano, si bruciasse le dita. Alla sua prima gara Filiberto arrivò tardi alla partenza e lo starter voleva dargli due colpi di penalità, da quel giorno lo starter non è più in grado di stendere completamente l'indice della mano destra e da quel giorno Filiberto può partire quando vuole. Filiberto "Cattiveria" Cozzi aveva la pelle consumata dal sole e indurita dal vento, masticava tabacco e sputava in continuazione. La prima volta che si scontrò con Forteguerri fu durante la ricerca di una palla. Passati i cinque minuti concessi dalle regole il marshall del circolo gli si avvicinò per fargli notare che la palla era da considerarsi persa; trovarono Forteguerri molte ore dopo legato a una pianta con una palla in bocca e sulla maglietta una grossa scritta colore rosso sangue, "IO SONO UNA PALLA PERSA!!" Lasciamo per qualche istante Cattiveria Cozzi, vi voglio parlare di un altro pezzo da novanta del Bardarolo R&A Golf Club, uno che avrebbe preso per sfinimento anche un monaco Buddhista tanto era lento; Pierdonato Bardelloni, il giocatore più lento della storia del Golf. Sappiamo molto bene che la lentezza nel gioco scaturisce da una serie di fattori tecnici e meno, ma soprattutto emerge dall'animo stesso del giocatore, è impossibile velocizzare un giocatore lento, ci puoi spendere tempo e parole, dare penalità e intimorirlo, sarà sempre tutto vano. Chi giocava insieme a Pierdonato perdeva ben presto l'uso della parola sostituendola con sospiri, alcuni presi dallo sconforto chiamavano a casa per avvertire che stavano bene e che non gli era successo niente di grave, la segreteria sapeva che quel giorno la classifica sarebbe stata stampata ben dopo il tramonto, il presidente cercava di intrattenere lo sponsor a suon di barzellette e pasticcini. Intanto il sole era tramontato e Bardelloni era ancora in campo, in ritardo su qualsiasi time-sheet. Quando Pierdonato saliva sul tee della diciotto i soci cominciavano a incitarlo e a sbracciare nel senso del green incoraggiandolo a non mollare, urla e grida che ricordavano quelle che nel 1949 accolsero Fausto Coppi all'arrivo della Cuneo-Pinerolo. Pierdonato aveva il passo lento, arrivava sempre da ultimo e la routine era estenuante; controllo della distanza, controllo del lie della palla, ciuffetto d'erba per la direzione del vento, scelta del bastone, prova, seconda prova, ancora ciuffetto d'erba, ricalcolo bastone, prova, ancora una prova, avvicinamento alla palla, waggle, secondo waggle, sguardo al bersaglio, ancora un waggle, sguardo fisso sulla palla, pesticcìo di piedi, un ultimo interminabile sguardo al bersaglio e swing non privo di esitazioni. Purtroppo per il resto dei giocatori non solo Pierdonato era molto lento, ma era anche un pessimo puttatore. Quando poteva sembrare che finalmente la buca fosse finita lui riusciva a rallentare ulteriormente mancando in serie putt di pochi centimetri e ogni volta rimarcava la palla e ricontrollava la direzione. Non imbucava mai, non la metteva mai dentro. Ironizzando sulla sua lentezza inconcludente e la sua incapacità nel putting, lo soprannominarono "petting", Pierdonato Petting Bardelloni. Pierdonato Petting Bardelloni, l'uomo con cui la pazienza diventava rassegnazione, colui che non conclude mai. Inizialmente fu adottata la manovra classica tipica dei benpensanti, cioè quella di scuoterlo a una nuova visione di gioco mettendolo insieme ai golfisti più veloci del club, strategia che adotta chi si scorda che da sempre la lepre non può insegnare la velocità alla tartaruga. Per provare a velocizzarlo, dopo il vano tentativo dell'affiancamento di giocatori veloci, gli fu messo alle calcagna Forteguerri sperando che gli infiniti colpi di penalità per gioco lento potessero smuoverlo ma si dimostrò la scelta più sbagliata perché per recuperare i colpi di penalità decise di adottare una routine ancora più meticolosa. I suoi compagni di gioco avevano spesso visioni mistiche, la più famosa fu quella che ebbe il presidente Staccioli alla tredicesima buca sotto il sole cocente in una gara di luglio; routine interminabili ad ogni colpo e già quarantasette putt sullo score, due ore di ritardo sul team avanti, finché gli apparve San Sebastiano intento a ingannare l'attesa contando le frecce che lo trafiggevano. Il presidente, sconvolto da quella visione, convocò d'urgenza il consiglio direttivo e a notte fonda dopo le più improbabili teorie fu deciso di farlo affiancare da un caddie. Al tempo convincere un giocatore all'utilizzo del caddie non era difficile, i caddie erano l'avanguardia, avere il caddie era sinonimo di essere un grande giocatore. Giacomino era il multitasking degli anni 80 e doveva fare quello che oggi facciamo fare ai software più rinomati, oggi abbiamo il carrello elettrico che ci porta la sacca, l'App che ci dice la distanza dalla buca e il dislivello, magari anche quella che ci calcola il vento e ci dice il livello di umidità, fra poco avremo quella che rileva il lie della palla e in base allo stato d'animo del giocatore e il suo stato di forma fisico consiglierà il bastone giusto; al tempo tutto questo non c'era e doveva farlo il caddie, inoltre il caddie doveva avere conoscenze di psicologia e motivare positivamente il giocatore, tirarlo su di morale nei momenti di sconforto e riportarlo coi piedi per terra durante gli eccessi di euforia. Inoltre, ma non ultimo, doveva essere anche maestro, proprio lui che non era mai stato allievo. Giacomino le provò tutte per velocizzare Pierdonato Petting Bardelloni; camminava velocemente, cercava di dirgli tutti i dati il più velocemente possibile, gli proponeva già il bastone da giocare, gli diceva le distanze e le condizione del colpo mentre si avvicinavano alla palla. Giacomino era l'ultima generazione di cellulare con tutte le applicazioni aggiornate e un collegamento a 10G, ma tutto fu inutile. Giacomino si arrese e decise di proporre un rimedio non certo politically correct ma comunque un rimedio e al presidente disse: "proviamo a farlo giocare col signor Cozzi"! Il presidente Staccioli, il vicepresidente Busoni e il direttore si guardarono vicendevolmente senza riuscire a nascondere una speranza in un pensiero così brutto; Cattiveria Cozzi gli avrebbe fatto male, molto male. Filiberto Cattiveria Cozzi era noto in tutta la Toscana, aveva picchiato tre starter che non volevano farlo partire oltre i cinque minuti di ritardo, due green-keeper che non avevano smesso di tagliare il fairway della buca dove stava giocando, un segretario che insisteva a fargli pagare il green-fee e un maestro che insisteva ad essere pagato dopo una lezione. La gara iniziò e Petting Bardelloni cominciò subito sul tee shot della prima buca con la sua routine estenuante, Cattiveria Cozzi lo guardava prepararsi e mentre lo faceva masticava tabacco e mentre masticava sputava per terra, ad ogni prova corrispondeva uno sputo di tabacco, il conto alla rovescia era partito. Il gioco preseguì senza grandi tensioni fino al fairway della buca quattro dove Pierdonato Petting Bardelloni mandò la palla verso il fuori limite di sinistra. Cercarono la palla per cinque minuti ma non trovandola e non avendo giocato la provvisoria Forteguerri sentenziò "Giorgio secondo le regole del Royal & Ancient perdi colpo e distanza, devi tornare alla partenza a giocare il terzo colpo". Cattiveria Cozzi strinse Forteguerri al collo e gli strofinò il viso sull'erba intimandogli "fagliela giocare da qua cosa ti frega di queste stupide regole, fagliela tirare da qua un'altra palla e muoviamoci" . Forteguerri si tolse i fili d'erba che aveva in bocca, ingoiò quelli che gli erano scesi in gola e acconsentì a quella ruberia. Petting Bardelloni colse la cosa come un'opportunità: "veramente la posso giocare da qua?" Cattiveria Cozzi lo guardò con disprezzo: "certo che puoi ma con due colpi di penalità". Alla buca otto il team era in ritardo di un'ora e quarantacinque minuti, Petting Bardelloni continuava con routine estenuanti, Cattiveria Cozzi cedette ai suoi istinti e lo cominciò a prendere a calci nel sedere per tutta la lunghezza del fairway e ad ogni calcio gli sbraitava contro "questo è per dove tira il vento, questo è per il dislivello, questo è per la distanza, questo è per la posizione dell'asta" e così via fino al green.. Arrivati sul green dell'ottava buca Petting Bardelloni era ormai rintontito dalle botte, stava per puttare da un metro con la bandiera dentro la buca, Forteguerri segnalò che stava per essere commessa un'infrazione alle regole; Cattiveria Cozzi sputò sul green il tabacco che aveva in bocca, prese l'asta e cominciò a usarla per picchiare Forteguerri, lo fece con tutta la forza che aveva in corpo, poi la rimise in buca e chiese: "Mio caro marshall, pensi che Giorgio possa imbucare con l'asta dentro la buca?" Forteguerri, impossibilitato a parlare dal dolore, annuì con la testa. Fu così che per velocizzare il gioco furono cambiate una infinità di regole, a Petting Bardelloni fu concesso di togliere gli impedimenti sciolti negli ostacoli, la palla mossa sul green fu declassata a sbadataggine, ognuno tirava quando voleva bastava fosse pronto e dal fuori limite fu concessa una sorta di rimessa laterale; Forteguerri si arrese, quel giorno il giudice arbitro fu la cattiveria di Filiberto Cozzi. Comunque tutto quel rimpasto delle regole servì a poco, arrivarono sul green della nove in tre ore e quaranta minuti. Il piano di utilizzare Cattiveria Cozzi aveva fallito, così Giacomino optò per un altro piano ancora, un piano che solo lui conosceva e sul tee della decima buca, mosso a compassione, andò da un malconcio e zoppicante Petting Bardelloni dicendogli, "signor Bardelloni beva questo, vedrà che le darà forza". Il presidente vide il gesto e pensò a una qualche pozione magica perché già dopo pochi minuti Bardelloni accelerò il passo tirando senza fare prove o waggle, camminando velocissimo e le ultime buche le fece correndo all'impazzata, firmò lo score con ancora il putter in mano, lo consegnò a tempo di record e sparì velocemente dalla segreteria. Il team di Bardelloni completò le diciotto buche in quattro ore e trenta minuti, recuperando il tempo perso e con ben venti minuti di anticipo sul time sheet. Al Bardarolo R&A Golf Club si parlò molti giorni dell'accaduto, sia delle regole che Cattiveria Cozzi aveva imposto che di quella pozione magica che Giacomino gli aveva fatto bere. Una pozione del genere sarebbe stata la soluzione a quella lentezza che stava invadendo il Golf mondiale, averla potuta brevettare sarebbe stato un business garantito, una scoperta da vincere il premio Nobel. Quando vidi Giacomino gli chiesi cosa avesse fatto bere a Petting Bardelloni perché ero curioso di sapere quale fosse la pozione più potente delle botte di Cattiveria Cozzi e più potente di tutto quel rimpasto di regole; lui si guardò intorno vide che non c'era nessuno e mi rispose: "Il guttalax!, sul tee della una dategli il guttalax, vedrete come corre. Funziona garantito!". Giacomino era un portento e sapeva come risolvere ogni problema. Ancora oggi quando vedo qualcuno un po' troppo lento a giocare, intento a guardare il bersaglio dal monocolo, con in mano il cellulare e al polso l'orologio per sapere ogni dato possibile sul colpo da giocare, penso che la migliore soluzione per farlo accelerare sia dargli quella pozione magica.

IL GLEN GARDEN DI BEN HOGAN

Le volte che Giacomino entrava in segreteria poteva guardare la foto del mitico ferro uno di Ben Hogan a Marion, se gli avessero chiesto chi fosse il suo giocatore preferito lui avrebbe risposto proprio Ben Hogan, ne era convinto perché Hogan era un caddie, il suo Bardarolo fu il Glen Garden e anche lui non poteva giocare a Golf quando voleva perché prima doveva lavare i bastoni, sistemare i grip, pulire le scarpe dei soci e aiutare il maestro del club. Giacomino giocava quando poteva e giocava molto bene, non aveva tempo di sbagliare, aveva poco tempo per fare una buca e il miglior modo di metterci poco tempo era fare pochi colpi. Il suo punto di partenza, non potendo farsi vedere dai soci, era il rough di sinistra della buca tre vicino al deposito dei macchinari. Da lì tirava verso il green e raramente lo mancava. Nei giorni di chiusura del circolo, quando il direttore o Avo il green-keeper lo rassicuravano che il presidente non sarebbe venuto, poteva divertirsi a giocare anche le altre buche, ma sempre evitando quelle troppo vicine alla club house. Giacomino si divertiva a imitare lo swing di Ben Hogan, almeno così diceva lui, al tempo i video scarseggiavano ma lui aveva ricavato quello che gli serviva da una semplice foto e non importa se fosse giusto o sbagliato, a lui funzionava e andava bene. Una sola volta Giacomino poté giocare una gara al Bardarolo e fu con Germano Virminio Tozzi, il peggior giocatore che sia mai esistito . Per quella greensome Germano era solo, nessuno ci voleva giocare insieme. Visto che era uno dei soci fondatori nessuno gli avrebbe impedito di giocare la greensome della quale era anche sponsor, ma nel rispetto delle regole gli serviva un compagno di gioco. Furono interpellati anche i giocatori dei circoli limitrofi, ma il nome di Germano era noto a tutti, giocare con lui avrebbe voluto dire arrivare ultimi in classifica, il presidente cercò invano ogni soluzione. Germano entrò in segreteria battendo i pugni sul tavolo e minacciando di dare le dimissioni, una grinta fino a quel giorno inimmaginabile, tutti si scordano che chi tira 160 colpi ad ogni gara ha anche tenacia da vendere. Poco importa che gli accoppiamenti fossero già fatti e che Germano non avesse un compagno, lui guardò fuori dalla porta vetrata della segreteria e indicando il deposito sacche disse: "Giocherò con Giacomino, d'altrone anche Ben Hogan inizialmente era un caddie al Glen Garden, non ci vedo niente di male". Appresa quella scioccante notizia il presidente si ritrovò sdraiato sul divano all'interno della sala principale, il direttore gli teneva i piedi sollevati mentre la segretaria gli misurava la pressione. Il presidente, ancora semi-svenuto, borbottava a occhi semichiusi "mi dimetto, piuttosto mi dimetto" , fu allora che il vicepresidente Busoni gli si avvicinò e tenendogli la mano gli sussurò: "Il mondo cambia, i circoli cambiano, anche noi non siamo più gli stessi di venti anni fa. Ci conosciamo da tanti anni, capisco il tuo dolore, ma se un caddie gioca una gara non è poi la fine del mondo, forse ha ragione Germano, anche Ben Hogan era un caddie. Vedila così, noi oggi non saremo il Royal And Ancient, noi oggi saremo il Glen Garden". Il presidente e il vicepresidente decisero di evitare il diffondersi della notizia, così furono proprio loro a giocare con Germano e Giacomino. Il vicepresidente Busoni era convinto di avere il draw naturale, di "toccare" la palla come i giocatori dei tour maggiori, il presidente Staccioli era il tipico commendatore impacciato più dedito alle attività sociali che al gioco del Golf, il suo vero momento di gloria era da sempre la cena di fine gara al ristorante del circolo perché il Golf non lo gratificava molto, comunque giocare con Germano lo avrebbe fatto sentire un giocatore di livello superiore. Tentarono di camuffare Giacomino vestendolo con oggetti dimenticati da giocatori di passaggio e gli dettero dei vecchi bastoni marcati Maruman che il maestro non usava più, una sacca a spalla in pelle di toro del peso totale di 48 chili dimenticata da un turista spagnolo, scarpe troppo grandi, bastoni troppo lunghi, camicia nera a maniche larghe dimenticata da un ballerino di tango assoldato per il decennale del circolo, calzini a losanghe multicolore, pantaloni alla zuava in tartan verde-rosso-blu. Il nome di Giacomino sulla partenza fu Fernando Gutierrez. Germano tirò la palla in ogni direzione escluso verso il fairway, Giacomino si trovò a recuperare tirando quasi sempre dal rough ma per lui non fu un grande problema, lui nel rough ci era nato e quello che per altri era una punizione per lui era la vita normale. Mentre tutti gli altri giocatori erano in segreteria e pensavano che la classifica fosse ormai decisa, successe l'impossibile, Germano Virminio Tozzi e lo sconosciuto Fernando Gutierrez vinsero la classifica con 74 colpi lordi. Forteguerri fu invitato a trovare ogni cavillo possibile immaginabile sullo score perché non sembrava vero che Germano, proprio lui che perdeva 24 palline a gara, avesse consegnato uno score lordo del genere. Forteguerri controllò lo score con la lente d'ingrandimento ed eseguì una perizia grafica scrupolosa. Lo score era corretto, il presidente e il vicepresidente, anche loro sconvolti, confermarono l'incredibile ma per evitare che gli altri soci andassero troppo a fondo con le ricerche si misero subito a lodare le doti di Fernando Gutierrez, lo spagnolo dai colpi miracolosi. Tutti furono presi dallo sgomento, il presidente Staccioli e il vice Busoni dovevano evitare che si sapesse che un caddie aveva giocato una gara nel loro prestigioso circolo, fu così che già prima della cena ci fu un crescendo di leggende sul golfista sconosciuto Fernando Gutierrez. In terrazza si diceva che Fernando Gutierrez tirava il ferro uno in ginocchio, negli spogliatoi spopolava la versione che usciva dal bunker con il legno tre mentre mangiava del pata negra, il maestro in segreteria affermava di avergli fatto lezione la mattina stessa, lo swing era un disastro ma con i suoi consigli era tornato "in palla" immediatamente, durante la cena erano tutti certi che Fernando Gutierrez avesse vinto sei volte i campionati spagnoli dando del filo da torcere a Severiano Ballesteros. Il bello dei circoli è anche questo e il Bardarolo non era differente, dalla consegna dello score alla premiazione le voci corrono veloci e indomite, nei giorni successivi si affievoliscono fino a scomparire col nascere di nuove e più incredibili storie. Chi oggi va a casa di Germano può ancora vedere il mobiletto fatto di radica e marmi colorati con sopra appoggiato il premio di quel giorno, i faretti lo illuminano talmente tanto che è impossibile non leggere la scritta, 3 DICEMBRE 1995 - PRIMI CLASSIFICATI CATEGORIA LORDO - GERMANO VIRMINIO TOZZI - FERNANDO GUTIERREZ

BUON NATALE

Ovviamente per il Natale il Royal & Ancient Bardarolo Golf Club si vestiva a festa e doveva farlo meglio dei circoli limitrofi, era sempre tutto addobbato al meglio. Quel Natale le buche erano più silenziose del solito, la brina faceva brillare i fairway, le piante che avevano perso le foglie lasciavano intravedere scorci altrimenti invisibili mentre le foglie cadute a terra nascondevano le palle che si addentravano nei rough. Nei giorni precedenti il Natale avevo incontrato Giacomino, non faceva altro che parlarmi di quanto Germano tirava storto e dei mitici recuperi a cui era costretto, mi raccontava del ferro tre dal rough di sinistra della buca due, del legno sette sopra il bosco a sinistra della buca tre, del legno dalla salita appena dopo il lago della buca dieci, tutti colpi che era riuscito a mettere in green perché lui quei colpi li aveva fatti centinaia di volte, lui il Golf l'aveva imparato dal rough. Lo lasciai raccontare tutte le volte che voleva, capivo che era un modo di giocare nuovamente, ma io sapevo che quella volta non sarebbe stata l'ultima; quel Natale io e Giacomino avremmo giocato insieme. Gli dissi di venire la mattina del 24 dicembre, nessuno ci avrebbe visto, lui mi guardò felice e sapevo che non sarebbe mai mancato all'appuntamento. Quella mattina al Bardarolo eravamo solamente io, lui e il percorso. Mi sembrava di giocare con un professionista, sapeva quando parlare, quando tacere, dove fermarsi e dove camminare. Nei vari racconti fra un colpo e l'altro mi confidò che l'idea di far bere il guttalax a Pierdonato Bardelloni fu di Enzo, il ristoratore, che ormai si era stufato di tenere la cucina aperta a orari impossibili solo per lui. Quel giorno Giacomino mi dette del filo da torcere, giocò praticamente in par tutte le buche, non riuscivo a distanziarlo e alla diciottesima buca avevamo lo stesso punteggio, mi faceva piacere che giocasse bene ma perdere mi avrebbe scocciato moltissimo. Giacomino aveva il cuore caldo e la mente fredda, si comportava come un vero campione, non aveva genitori che lo seguivano e che gli impedivano di vedere coi suoi occhi, lui aveva imparato dai migliori, anche solo dalle foto, ma da foto giuste. Quel tee-shot alla diciottesima, un par tre col lago davanti e un bunker prima del green, era più difficile del solito, dopo 3 ore di gioco mi trovai costretto a fare del mio meglio, il match non stava per finire ma era appena cominciato. Presi il mio ferro nove e chiusi un po' il colpo terminando sull'avant green di sinistra, Giacomino si posizionò sulla palla con l'aria di avere tutto sotto controllo. Quel giorno aveva giocato ogni colpo come chi non ha niente da perdere ma ha un'intuizione da seguire, alla diciottesima buca ci era arrivato molto meno stanco di me, giocando ogni colpo all'attacco nel tentativo di fare birdie a ogni buca. Tirò con grande sicurezza, cercando di fare hole in one, non ci mancò moltissimo, mise la palla a due metri dall'asta, gli restava un putt non facile vista la pendenza ma sapevo che probabilmente avrebbe imbucato. Perdere mi avrebbe scocciato moltissimo, dovevo imbucare quell'approccio. Con lo sguardo basso di chi sa che per vincere ci vorrà tanta abilità e un po' di fortuna, camminai lungo la stradina che costeggia il lago e passo dopo passo arrivai sulla mia palla, cominciai a fare tutti i calcoli e anche a dire qualche preghiera. Mi addressai e colpì la palla, per un attimò sembro andare in buca ma toccò il bordo senza entrare. Mi girai indietro cercando Giacomino, guardai intorno più attentamente ma stranamente non c'era. Se ne era andato, sopra il green verso la club house c'erano alcuni soci che stavano guardandomi giocare e lui si era dileguato così velocemente e in silenzio che nemmeno me ne accorsi. Guardai la sua palla sul green. Quel putt è ancora lì che aspetta di essere giocato, sono sicuro che Giacomino l'avrebbe imbucato, sono sicuro che un giorno anche lui potrà giocare il suo colpo finale, il colpo della vittoria. Giacomino non tornò mai più al Golf, dopo quel giorno non l'ho più visto, ma sono sicuro che dovunque sia pensa ancora ai suoi recuperi dal rough, a quello che si prova dopo un colpo preso bene mentre la palla vola alta verso la bandiera. Sono sicuro che pensa ancora a quel putt. Giacomino non saprà mai che quel putt glielo ho concesso e anche se non poteva sentirmi, io ho comunque detto "data". Quel match lo vinse Giacomino, e mi accorsi che perdere non mi scocciò poi tanto. Tanti auguri Giacomino.

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