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GOLF EUROPEO VS GOLF AMERICANO
21/12/2023



Molto spesso sento affermare che i giocatori americani sono più forti di quelli europei, e mi imbatto sempre più spesso in genitori che sognano che il proprio figlio vada a giocare in America.
Se è per far fare una bella esperienza di vita al figlio niente di male, ma oggi non si può affermare che i giocatori U.S.A. siano più performanti di quelli europei.
Quest'anno, il 2023, è stato emblematico; l'Europa ha stravinto la Ryder Cup, cosa ancora più sconvolgente che nella Junior Ryder Cup li abbiamo letteralmente “asfaltati” facendo ben 20,5 punti su 30.
(Ma in America nella comunicazione sono “bravissimi e fighissimi”, ci hanno insegnato cosa vuol dire organizzare un evento di livello in Italia, e nella pagina ufficiale dedicata alla Junior Ryder Cup (quella che viene linkata dall'america) viene mostrata la foto dei giovani giocatori americani in festa, se non ci credete andate pure a vedere la pagina cliccando qui.

Come se non bastasse, oltre ad avere stravinto in queste due Ryder Cup, li abbiamo battuti anche nel ISPS Handa All-Abilities Competition, formula match-play come la Ryder Cup ma con in più il team International, di cui mi piace far notare i tre punti in tre match del nostro Tommaso Perrino.
A questo punto spunta sempre quello che dice che i golfisti americani sono bravissimi nei singoli ma come squadra non fanno gruppo, e così continuano ad asserire la storiella che i giocatori europei, soprattutto se giovani, per imparare devono andare in America.
Non per disturbare i sogni di questi genitori ma precisiamo che nella Junior Ryder cup i giovani giocatori americani hanno fatto più punti proprio nei foursome.
Quello che sicuramente va riconosciuto all'America è la miglior gestione del “brand golf” che li ha portati ad avere molti più soldi e tornei ricchi che inevitabilmente hanno richiamato sempre più spesso chi vive di golf, in Europa invece la gestione non è stata altrettanto buona e piano piano si è verificata quella anomalia per cui in America oggi si vince più del doppio del denaro che si vince in Europa.

In America le gare dei tour maggiori vengono gestite come eventi in cui sia piacevole per il pubblico stare sul percorso, poco importa se per seguire il proprio campione o per mangiare hamburger sdraiati sul prato, l'importante è avere tanti consumatori presenti e per questo vengono evitati i posti con alte probabilità di pioggia o vento forte.

SIAMO ARRIVATI ALLA PARTE TECNICA DELL'ARGOMENTO
Potendo giocare molti colpi, e quindi la maggior parte del fatturato, con poco vento e in campi dagli spazi larghi, dove il rough è quasi sempre camminabile e mai troppo alto, per il pubblico come per i giocatori, il tirare lungo-lunghissimo è diventato meno penalizzante.
Chi disegna questi percorsi tiene conto che anche il colpo al green sarà eseguito di volo, con la landing area sempre e solamente all'interno dello stesso green, quindi vedere un ferro lungo che, colpito perfettamente, atterra prima del green per poi rotolare verso la buca è oggi ritenuta roba d'antiquariato.


Indiscutibilmente una traiettoria lunga ha più difficoltà a rimanere dritta in mezzo al vento rispetto a una traiettoria più corta; non che i grandi campioni che giocano in America non sappiano giocare in mezzo al vento, sia chiaro, dico semplicemente che ne hanno meno bisogno, esattamente come un cecchino che per anni colpisce il bersaglio a centinaia di metri di distanza e che dopo anni potrebbe non essere più così bravo nel corpo a corpo.

Proprio quest'anno il The Open è stato vinto da un giocatore americano, Brian Harman, che a oggi è centocinquantaseiesimo per distanza media col Driver e che nonostante questo ha dato ben sei colpi ai secondi in classifica, questo perché con condizioni di gioco differenti da quelle del grande evento che vuole tanto pubblico, molte caratteristiche vincenti di molti giocatori sono risultate inutili, tirare lunghissimo non era più una carta vincente, e infatti solo altri dodici giocatori americani si sono piazzati nei primi cinquanta classificati.

Ad oggi il golf rimane ancora uno sport di destrezza, nei primi quattro classificati nel World Golf Ranking ci sono McIlroy, Rahm e Hovland, cioè Irlanda, Spagna e Norvegia, al primo posto invece domina Scottie Scheffler, nato golfisticamente a Dallas, una delle città più ventose d'America, addirittura più di Chicago che è famosa con il soprannome di “Windy City”.
Ci possiamo aspettare che Scheffler abbia sviluppato nella sua attività giovanile quella capacità di giocare senza poter tirare di volo al bersaglio, capacità che poi è riuscito a non scordare.
Anche Tiger Woods, per la cronaca, venne allenato da Butch Harmon, giocando nove buche a settimana tirando il tee-shot volontariamente nel rough o nei boschi per poi allenarsi al recupero; non possiamo dire che questo allenamento non gli sia servito, decine di volte ci ha stupito andando a vincere gare che sembravano perse e recuperando dalle posizioni più disparate e disperate.

L'imprinting dei giovani giocatori europei, soprattutto dei paesi più a nord, che si trovano ad affrontare i loro primi migliaia di colpi al green in questo modo, sviluppano una capacità di gioco maggiore perché oltre al volo devono calcolare molto di più.
Per questo sono convinto che la scuola europea non sia affatto peggiore di quella americana, semplicemente sta vivendo un momento economico svantaggioso, ma con l'arrivo del LIV il tour americano non è più il circuito più ricco, e se il mondo arabo, vista la sua presenza nel tour europeo con il Race To Dubai, comincerà a portare tornei sempre più ricchi nei campi europei che hanno fatto la storia del golf, nei prossimi decenni potremmo vedere il gioco cambiare e torneranno utili quelle caratteristiche di gioco che negli anni Ottanta e Novanta hanno visto il golf americano togliersi il cappello di fronte a campioni come Ballesteros, Faldo, Langer, Woosnam e Olazabal.

IN CONCLUSIONE
Il metodo di allenamento americano non è assolutamente migliore di quello europeo, negli anni hanno imposto il loro stile facendo giocare la maggior parte delle gare in percorsi e periodi che hanno reso necessario soddisfare alcune caratteristiche tecniche escludendone altre.
Guardando questo tipo di golf per centinaia di ore ci siamo convinti che in un golf onesto quando la palla è colpita bene deve per forza volare dritta al bersaglio, se lo swing è eseguito correttamente la palla deve volare dritta al bersaglio, le imperfezioni non dovute agli errori del giocatore sono tutti errori del percorso, questa deriva golfistica non so dove arriverà ma sicuramente è più vivace che mai visto che ho sentito vociferare che la prossima violenza in arrivo potrebbe essere quella di spostare la palla se termina all'interno di un divot.

Se in un futuro non troppo lontano le gare verrano giocate in condizioni climatiche non ideali per fare tanto pubblico, potremmo vedere un golf più “colorato”, a mio avviso più bello, in cui un grande campione ci farà vedere come giocare un bellissimo ferro cinque in cui la palla atterra in fairway, rimbalza fino al green, e rotola veso la buca.


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